Ritorno

dicembre 6, 2011

Non riesco a respirare,

è il prezzo dello  stare in alto,  lontano da quel fetore di basezza umana, ma queste scale incominciano a essere troppo per la mia età.

L’ unica luce è quella del terzo piano, con la sua atttività sincopata disturba le blatte che cercano cibo, come la verità disturba l’ uomo.

Ecco cosa siamo insetti un giorno ci schiacceranno al suolo, un giorno mentre siamo in cerca di cibo.

Eccomi di fronte questa vecchia porta impolverata, ancora salda, dimenticata.

Ho dovuto sbattermi un po per rimediare le chiavi di questo vecchio salotto, sembrerebbe che il proprietario non se ne curi, fa il musicista per strada lui. Non ha piu bisogno di queste pareti, ora è libero.

Entro.

L’odore acre e dolciastro mi fa pensare che non sia poi cosi vuoto, è il tipico odore della cimice rossa, il divano sarà sicuramente infestato, ora che sono qui me ne occuperò io, chissa da quanto non succhiano un po di sangue, il mio nettere è un pasto amaro. ma sono insetti forti.

Tutto come sempre, ma ancora più sporco e senza corrente, la luce entra dal terrazzino, un tappeto di birre vuote solo apparentemente tutte uguali pulviscolo cosmico nel vuoto, ecco cosa siamo, un giorno il vento ci porterà via.

Il frigorifero amico di più incontri è aperto, spalanco la porta. Un barattolo di qualcosa è stato dimenticato, è pieno di vita, vita dimenticata che esplode si espande era un qualcosa di diverso un tempo ma adesso è vita, come neve verdognola ha coperto il bianco plasticume morto di questo universo.

Ecco cosa siamo, un qualcosa che ci dimentichiamo ma un giorno esploderemo di vita, copriremo il freddo che ci circonda con nuovo calore.

Mi sdraio sul divano è ora di cena.

Sono tornato.

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Dopo questa botta di pessimismo, per conclcudere questo piccolo excursus, riporto alcuni passi presi dal “Saggio sull’ intelletto umano”, del britannico John Locke, il quale a dire il vero è vissuto quasi due secoli prma del tedesco Schopenhauer, ma che per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, presenta una teoria che mi sembra la giusta mediazione tra le due appena viste e che trovo un pò più in sintonia col mio pensiero.

<<Se si domandasse ancora che cosa sia che muove il desiderio, risponderei: la felicità, ed essa sola. La felicità e l’infelicità sono i nomi di quegli estremi, dei quali non conosciamo i più lontani confini; si tratta di ciò che “occhio non ha visto, orecchio non ha udito, né mai cuore d’uomo ha potuto concepire”. Abbiamo tuttavia delle impressioni molto vivaci di certi gradi di entrambe, impressioni fatte sopra di noi da molti esempi di diletto o gioia da un lato, di tormento e dolore dall’altro; i quali gradi, per brevità, li comprenderò tutti nei nomi di piacere e dolore; poiché il piacere e il dolore sono dello spirito come del corpo.
La felicità, dunque, nella sua estensione piena, è il massimo piacere di cui siamo capaci, e l’infelicità è la massima pena; e l’estremo grado di ciò che può esser chiamato felicità è di essere tanto liberi da ogni pena, e di aver tanto piacere presente, da non poter essere contenti con meno. Ora, siccome il piacere e la pena sono prodotti in noi dall’operazione di certi oggetti, o sui nostri spiriti o sui nostri corpi, e in gradi diversi, ciò che è atto a produrre piacere in noi è quello che chiamiamo bene, e ciò che è atto a produrre pena chiamiamo male;
[…]
Le necessità ordinarie della nostra vita riempiono una grande parte di essa col disagio della fame, della sete, del caldo, del freddo, della stanchezza, della fatica e del sonno, col loro costante ricorrere, ecc., e se a ciò, oltre i mali accidentali, aggiungiamo i disagi chimerici (come il prurito degli onori, della potenza, della ricchezza, ecc.), che sono stati determinati in noi da abiti acquisiti a causa della moda, dell’esempio e dell’educazione, e se aggiungiamo altri mille desideri irregolari, che il costume ha reso naturali in noi, troveremo che solo una minima parte della nostra vita è così vuota di questi disagi da lasciarci liberi di sentire l’attrazione di un bene più remoto ed assente.
Raramente siamo a nostro agio, e abbastanza liberi dallo stimolo dei nostri desideri naturali o adottati; la volontà è invece dominata volta a volta da un succedersi costante di disagi, derivati da quella grande riserva che è stata accumulata in noi dai bisogni naturali e dagli abiti acquisiti; e non appena si è conclusa una certa azione, alla quale siamo stati indotti da una cosiffatta determinazione della volontà, già un altro disagio e lì pronto a farci muovere. Invero, l’eliminazione dei dolori che stiamo provando, e da cui siamo attualmente assillati, significando la liberazione dall’infelicità, e perciò la prima cosa da fare per andare verso la felicità, avviene che un bene lontano, anche se uno vi pensi, lo riconosca e lo veda come un bene, poiché non costituisce alcuna parte della sua infelicità per il fatto di essere lontano, viene cacciato fuori dallo spirito, per far posto alla preoccupazione di eliminare questi disagi che attualmente proviamo; e questo avverrà fino a tanto che una debita e ripetuta contemplazione non abbia portato quel bene più vicino al nostro spirito, non ci abbia fatto sentire il gusto di esso, e non abbia suscitato in noi qualche desiderio: il qual desiderio, venendo allora a far parte del nostro disagio presente, ha qualche possibilità di poter concorrere cogli altri desideri a che venga soddisfatto; e così, a seconda della sua grandezza ed urgenza, viene a sua volta a determinare la volontà.
[…]
Poiché esistono in noi disagi in gran numero, che sempre sollecitano la volontà nostra e son pronti a determinarla, è naturale, come ho detto, che i maggiori e più urgenti determinino la volontà alla sua azione immediata; e così avviene nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Poiché, il più delle volte, lo spirito ha il potere di tenere in sospeso l’esecuzione di un atto e la soddisfazione di un suo qualunque desiderio, com’è evidente dall’esperienza; e così esso può tenerli in sospeso tutti, uno dopo l’altro; è libero di considerarne gli oggetti, di esaminarli da ogni lato e di pesarli in rapporto ad altri. La libertà che ha l’uomo sta in questo; e dal non usarla giustamente viene tutta quella massa di sbagli, errori e difetti nei quali cadiamo nella condotta della nostra vita e nei nostri sforzi verso la felicità: ossia dal fatto che precipitiamo la determinazione della nostra volontà, e ci impegniamo troppo presto prima di aver debitamente esaminato la cosa. A impedir ciò, abbiamo il potere di poter sospendere il perseguimento di questa o quella cosa desiderata, come ognuno può sperimentare in se stesso ogni giorno. Questa mi sembra la fonte di ogni libertà; in questo sembra consistere ciò che (impropriamente, a mio parere) è chiamato libero arbitrio. Poiché, durante questa sospensione di ogni desiderio, prima che la volontà sia determinata all’azione e che sia compiuta l’azione che segue a quella determinazione medesima, abbiamo la possibilità di esaminare, renderci conto e giudicare del bene e del male di ciò che stiamo per fare; e quando, dopo un debito esame, abbiamo giudicato, abbiamo fatto il dover nostro, ossia tutto ciò che possiamo o dobbiamo fare ai fini della nostra felicità; e non è un difetto, bensì una perfezione della nostra natura, che si desideri, si voglia e si agisca secondo l’ultimo risultato di un esame onesto.>>

Miseria, dolore e sofferenza.

Almeno Second Arthur Schopenhauer, il quale teorizza una esistenza completamente soggiogata dalla Volontà, la quale non fa altro che metterci in condizioni di desiderare, per poi farci accorgere che gli sforzi fatti non erano proporzionati al piacere ottenuto, ed ecco che allora scatta la molla che ci fa desiderare ancora di più e che ci fa illudere che le nostre sofferenze finalmente potranno cessare.

«Noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica»

Si tratta perciò di una volontà fine a se stessa, che tormenta il nostro animo e che ci porta a considerarci al centro del mondo, ad avere uan percezione privilegiata del nostro Io rispetto agli altri individui. La conseguenza è perciò la guerra per soddisfare questo egoismo.

Esistono delle tregue, ma queste sono occupate dalla noia, nemica ancora peggiore da fronteggiare, la quale porta anch’essa all’ insoddisfazione.

Questa è dunque la condizione umana secondo Schopenhauer, un divenire senza essere, un desiderare senza mai soddisfazione, un tormento continuo al quale sembra non esserci soluzione: non esiste saggezza, lungimiranza, ascesi, preghiera o divinità che possa aiutarci ad alleviare le nostre sofferenze.

La piccola discussione nata in merito ai sogni e alla felicità mi ha portato alla mente le posizioni di alcuni pensatori del passato.

Cercherò di riportare in modo semplice e sintetico il loro punto di vista, per chi ne fosse interessato.

Parlando di felicità e desideri non si può di certo evitare il buon vecchio Epicuro, il quale teorizza uno stile di vita semplice e morigerato per conseguire la felicità ed il piacere. Non si tratta perciò di un piacere sfrenato o di una brama eccessiva o addirittura di una volontà sguinzagliata e scagliata verso ciò che si desidera.

Di che tipo di piacere ci parla dunque Epicuro? Del piacere principe, quello che riesce ad essere duraturo e che ovviamente va perciò al di la del corporeo, questo piacere è derivato dall’ assenza di dolori e sofferenza (atarassia), i quali si presentano proprio quando noi ci troviamo in condizioni di desiderare qualcosa perchè, secondo il filosofo greco, il desiderio è una condizione di per sè dolorosa, derivata dallo stato di mancanza.

Brevemente dunque, secondo Epicuro si può essere felici, conducendo una vita moderata e sopratutto imparando a non desiderare piaceri vani o non necessari, che darebbero solo soddisfazioni momentanee e potrebbero creare danni maggiori.

Per raggiungere una tale posizione, la chiave è una lungimiranza che ci permetta di stabilire quali siano i piaceri maggiori e duraturi e una saggezza che ci permetta di non cedere alle lusinghe dei piaceri vani e solamente momentanei.

Per i più pigri riporto i due passi, molto significativi, di Lucrezio ed Orazio che sono su Wiki alla voce atarassia.

Ma niente è più dolce che occupare muniti
dalla dottrina dei saggi i sublimi templi sereni saldamente,
donde si possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli
errare qua e là e, aggirandosi senza criterio, cercare la via della vita,
lottare rivaleggiando in doti naturali, gareggiare per nobiltà,
sforzarsi notte e giorno con grande fatica
per emergere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

(Lucrezio, De Rerum Natura, liber II)
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani.

(Orazio, Ode 1,11)

Cocludo con una frase molto sigificativa di Epicuro stesso, che peraltro credo sia abbastanza in sintonia con il pensiero di Unknow.

Non intorbidare i beni presenti col desiderio di quelli che ti mancano, ma considera che i beni presenti erano prima tra le cose solo sperate.

(Epicuro, Sentenze Vaticane)