Dopo questa botta di pessimismo, per conclcudere questo piccolo excursus, riporto alcuni passi presi dal “Saggio sull’ intelletto umano”, del britannico John Locke, il quale a dire il vero è vissuto quasi due secoli prma del tedesco Schopenhauer, ma che per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, presenta una teoria che mi sembra la giusta mediazione tra le due appena viste e che trovo un pò più in sintonia col mio pensiero.

<<Se si domandasse ancora che cosa sia che muove il desiderio, risponderei: la felicità, ed essa sola. La felicità e l’infelicità sono i nomi di quegli estremi, dei quali non conosciamo i più lontani confini; si tratta di ciò che “occhio non ha visto, orecchio non ha udito, né mai cuore d’uomo ha potuto concepire”. Abbiamo tuttavia delle impressioni molto vivaci di certi gradi di entrambe, impressioni fatte sopra di noi da molti esempi di diletto o gioia da un lato, di tormento e dolore dall’altro; i quali gradi, per brevità, li comprenderò tutti nei nomi di piacere e dolore; poiché il piacere e il dolore sono dello spirito come del corpo.
La felicità, dunque, nella sua estensione piena, è il massimo piacere di cui siamo capaci, e l’infelicità è la massima pena; e l’estremo grado di ciò che può esser chiamato felicità è di essere tanto liberi da ogni pena, e di aver tanto piacere presente, da non poter essere contenti con meno. Ora, siccome il piacere e la pena sono prodotti in noi dall’operazione di certi oggetti, o sui nostri spiriti o sui nostri corpi, e in gradi diversi, ciò che è atto a produrre piacere in noi è quello che chiamiamo bene, e ciò che è atto a produrre pena chiamiamo male;
[…]
Le necessità ordinarie della nostra vita riempiono una grande parte di essa col disagio della fame, della sete, del caldo, del freddo, della stanchezza, della fatica e del sonno, col loro costante ricorrere, ecc., e se a ciò, oltre i mali accidentali, aggiungiamo i disagi chimerici (come il prurito degli onori, della potenza, della ricchezza, ecc.), che sono stati determinati in noi da abiti acquisiti a causa della moda, dell’esempio e dell’educazione, e se aggiungiamo altri mille desideri irregolari, che il costume ha reso naturali in noi, troveremo che solo una minima parte della nostra vita è così vuota di questi disagi da lasciarci liberi di sentire l’attrazione di un bene più remoto ed assente.
Raramente siamo a nostro agio, e abbastanza liberi dallo stimolo dei nostri desideri naturali o adottati; la volontà è invece dominata volta a volta da un succedersi costante di disagi, derivati da quella grande riserva che è stata accumulata in noi dai bisogni naturali e dagli abiti acquisiti; e non appena si è conclusa una certa azione, alla quale siamo stati indotti da una cosiffatta determinazione della volontà, già un altro disagio e lì pronto a farci muovere. Invero, l’eliminazione dei dolori che stiamo provando, e da cui siamo attualmente assillati, significando la liberazione dall’infelicità, e perciò la prima cosa da fare per andare verso la felicità, avviene che un bene lontano, anche se uno vi pensi, lo riconosca e lo veda come un bene, poiché non costituisce alcuna parte della sua infelicità per il fatto di essere lontano, viene cacciato fuori dallo spirito, per far posto alla preoccupazione di eliminare questi disagi che attualmente proviamo; e questo avverrà fino a tanto che una debita e ripetuta contemplazione non abbia portato quel bene più vicino al nostro spirito, non ci abbia fatto sentire il gusto di esso, e non abbia suscitato in noi qualche desiderio: il qual desiderio, venendo allora a far parte del nostro disagio presente, ha qualche possibilità di poter concorrere cogli altri desideri a che venga soddisfatto; e così, a seconda della sua grandezza ed urgenza, viene a sua volta a determinare la volontà.
[…]
Poiché esistono in noi disagi in gran numero, che sempre sollecitano la volontà nostra e son pronti a determinarla, è naturale, come ho detto, che i maggiori e più urgenti determinino la volontà alla sua azione immediata; e così avviene nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Poiché, il più delle volte, lo spirito ha il potere di tenere in sospeso l’esecuzione di un atto e la soddisfazione di un suo qualunque desiderio, com’è evidente dall’esperienza; e così esso può tenerli in sospeso tutti, uno dopo l’altro; è libero di considerarne gli oggetti, di esaminarli da ogni lato e di pesarli in rapporto ad altri. La libertà che ha l’uomo sta in questo; e dal non usarla giustamente viene tutta quella massa di sbagli, errori e difetti nei quali cadiamo nella condotta della nostra vita e nei nostri sforzi verso la felicità: ossia dal fatto che precipitiamo la determinazione della nostra volontà, e ci impegniamo troppo presto prima di aver debitamente esaminato la cosa. A impedir ciò, abbiamo il potere di poter sospendere il perseguimento di questa o quella cosa desiderata, come ognuno può sperimentare in se stesso ogni giorno. Questa mi sembra la fonte di ogni libertà; in questo sembra consistere ciò che (impropriamente, a mio parere) è chiamato libero arbitrio. Poiché, durante questa sospensione di ogni desiderio, prima che la volontà sia determinata all’azione e che sia compiuta l’azione che segue a quella determinazione medesima, abbiamo la possibilità di esaminare, renderci conto e giudicare del bene e del male di ciò che stiamo per fare; e quando, dopo un debito esame, abbiamo giudicato, abbiamo fatto il dover nostro, ossia tutto ciò che possiamo o dobbiamo fare ai fini della nostra felicità; e non è un difetto, bensì una perfezione della nostra natura, che si desideri, si voglia e si agisca secondo l’ultimo risultato di un esame onesto.>>

Miseria, dolore e sofferenza.

Almeno Second Arthur Schopenhauer, il quale teorizza una esistenza completamente soggiogata dalla Volontà, la quale non fa altro che metterci in condizioni di desiderare, per poi farci accorgere che gli sforzi fatti non erano proporzionati al piacere ottenuto, ed ecco che allora scatta la molla che ci fa desiderare ancora di più e che ci fa illudere che le nostre sofferenze finalmente potranno cessare.

«Noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica»

Si tratta perciò di una volontà fine a se stessa, che tormenta il nostro animo e che ci porta a considerarci al centro del mondo, ad avere uan percezione privilegiata del nostro Io rispetto agli altri individui. La conseguenza è perciò la guerra per soddisfare questo egoismo.

Esistono delle tregue, ma queste sono occupate dalla noia, nemica ancora peggiore da fronteggiare, la quale porta anch’essa all’ insoddisfazione.

Questa è dunque la condizione umana secondo Schopenhauer, un divenire senza essere, un desiderare senza mai soddisfazione, un tormento continuo al quale sembra non esserci soluzione: non esiste saggezza, lungimiranza, ascesi, preghiera o divinità che possa aiutarci ad alleviare le nostre sofferenze.

La piccola discussione nata in merito ai sogni e alla felicità mi ha portato alla mente le posizioni di alcuni pensatori del passato.

Cercherò di riportare in modo semplice e sintetico il loro punto di vista, per chi ne fosse interessato.

Parlando di felicità e desideri non si può di certo evitare il buon vecchio Epicuro, il quale teorizza uno stile di vita semplice e morigerato per conseguire la felicità ed il piacere. Non si tratta perciò di un piacere sfrenato o di una brama eccessiva o addirittura di una volontà sguinzagliata e scagliata verso ciò che si desidera.

Di che tipo di piacere ci parla dunque Epicuro? Del piacere principe, quello che riesce ad essere duraturo e che ovviamente va perciò al di la del corporeo, questo piacere è derivato dall’ assenza di dolori e sofferenza (atarassia), i quali si presentano proprio quando noi ci troviamo in condizioni di desiderare qualcosa perchè, secondo il filosofo greco, il desiderio è una condizione di per sè dolorosa, derivata dallo stato di mancanza.

Brevemente dunque, secondo Epicuro si può essere felici, conducendo una vita moderata e sopratutto imparando a non desiderare piaceri vani o non necessari, che darebbero solo soddisfazioni momentanee e potrebbero creare danni maggiori.

Per raggiungere una tale posizione, la chiave è una lungimiranza che ci permetta di stabilire quali siano i piaceri maggiori e duraturi e una saggezza che ci permetta di non cedere alle lusinghe dei piaceri vani e solamente momentanei.

Per i più pigri riporto i due passi, molto significativi, di Lucrezio ed Orazio che sono su Wiki alla voce atarassia.

Ma niente è più dolce che occupare muniti
dalla dottrina dei saggi i sublimi templi sereni saldamente,
donde si possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli
errare qua e là e, aggirandosi senza criterio, cercare la via della vita,
lottare rivaleggiando in doti naturali, gareggiare per nobiltà,
sforzarsi notte e giorno con grande fatica
per emergere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

(Lucrezio, De Rerum Natura, liber II)
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani.

(Orazio, Ode 1,11)

Cocludo con una frase molto sigificativa di Epicuro stesso, che peraltro credo sia abbastanza in sintonia con il pensiero di Unknow.

Non intorbidare i beni presenti col desiderio di quelli che ti mancano, ma considera che i beni presenti erano prima tra le cose solo sperate.

(Epicuro, Sentenze Vaticane)

Projecting happiness.

dicembre 17, 2007

Una linea all’ orizzonte, un punto nel cielo.

Non si può vivere una intera vita senza averne mai visti. Vederli significa sentirli, sigifica averne di propri, grandi o piccoli che siano: i sogni sono un ottima carica.

Avere un traguardo, un obiettivo significa impegnarsi a realizzare un sogno, realizzare un sogno significa impugnare la propria vita; per guardare l’orizzonte non si può tenere la testa bassa.

Inseguire un sogno rende felici, realizzarlo appaga e fornisce stimoli per andare oltre e perciò per ricominciare la piacevole trafila.

I sogni infranti sono un duro colpo, ma con un pò di saggezza possono comunque tramutarsi in stimoli, tutto fa brodo in fondo.

Mi chiedo quanto sarebbe vuota la vita di un uomo senza neanche un sogno; connubio perfetto tra istinto e ragione, il primo è quello che ci fa desiderare qualcosa, la seconda è quella che si adopera per ottenerlo.

Nihil.

dicembre 13, 2007

Sono un pò di giorni che mi girano per la testa varie cose di cui vorrei parlare, ma per mancanza di tempo e sconclusionatezza innata, ho un pò perso il filo della questione.

Nel frattempo volevo sottolineare un paio di eventi accaduti ultimamente nel paese in cui viviamo.

L’italia intendo.

Malgrado io mi interessi pochissimo di politica e attualità, oltre che per via della solita pappa da giovane sfiduciato verso le istituzioni, anche per una mia attitudine personale tendente al nichilismo e all’ accidia, nonchè al menefreghismo e alla disobbedienza sociale (che pezzo di merda… ma almeno non ipocrita), ogni tanto tiro fuori la testa dalla sabbia per guardarmi intorno, e quello che vedo solitamente mi fa venire voglia di ingoiare altri Kg di sabbia.

A questo punto l’unica cosa che mi resta per consolarmi è pensare a Giuliano Ferrara nudo dentro una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’utri che gli pisciano addosso e Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta .

Avrete già capito quale sia la nota dolente del mio discorso. Ora, non ho molta voglia di dilungarmi in apologie o denunce, ho solo voglia di esprimere la mia amarezza per questa situazione. Non saprei neanche bene con chi prendermela, ma tanto sarebbe inutile, e forse so il perchè, e il concetto è ben espresso secondo me proprio in una frase che Luttazzi ha scritto nel suo blog:

“Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.”

Sia ben chiaro che questo non è un moralismo, ma una critica al moralismo, che come vediamo porta all’ ottusità della gente (o che parte da essa, chi lo sa…) che non riesce più a distinguere quali siano gli episodi veramente gravi della vita.

Ecco perchè sono dell’ idea che la morale non debba pervaderci, ma dovremmo essere ben consci che è solo uno strumento, un pacchetto di regole di convivenza, costruito ed evoluto in base ai nostri sentimenti e non il contrario, come spesso la gente finisce per pensare (prego i ferventi moralisti, che guarda caso sono spesso anche ferventi religiosi, di cambiare aria in caso non condividano, senza troppe rotture di palle) .

Uhm, mi sono fatto un pò prendere dalla mano, in realtà volevo solo fare un piccolo accenno a questa questione, la quale si commenta da sola, ed invece discutere un pò di un episodio che ho sentito personalmente come molto positivo: la mobilitazione degli autotrasportatori di questi giorni.

Non sto scherzando.

I disagi, l’irresponsabilità, le angherie e le costrizioni, le manovre politche e tutto quello che di negativo vi viene in mente, sicuramente sono stati presenti, ma apparte il fatto che sono dell’ ideache siano stati gonfiati come al solito, sono fermamente convinto che ne sia valsa la pena.

Una protesta seria e motivata, favoloso. Era da tanto che gli scioperini annunciati mi facevano sorridere, dopo che avevo pure smesso di chiedermi per quale motivo li facessero ancora.

Mi ha (quasi) eccitato, giuro. Potevo quasi sentire la sferzata di eccitazione derivata dall’ idea di aver messo in ginocchio un paese.

I motivi politici che hanno spinto a questa protesta per quanto validi, sono quasi marginali nel mio discorso, è più la dimostrazione del fatto che ogni uomo abbia ancora “potenza” che mi ha colpito.

Voglio dire, ma allora sappiamo ancora rivoltarci quando qualcosa non ci va bene, non siamo completamente appiattiti, sappiamo ancora prendere il toro per le corna e guardarlo negli occhi con aria di sfida, sebbene in cuor nostro arda la paura insieme al furore.

Il fatto di uscire per un momento dal corso ordinario degli eventi, unendo le propie forze e sfruttando i propri mezzi, per non essere solo un individuo confuso nella moltitudine, con la sua funzione e i suoi programmi, ma di emergere, di farsi sentire, di dimostrare potenza, per me è a stupendo, galvanizzante.

E’ uno dei tanti modi per non essere un uomo medio.

Io per uomo medio non intendo quello che si intende solitamente, quello per me è un uomo mediocre e basta .

Chi è l’uomo medio? Tutti siamo l’uomo medio, anche io purtroppo. Certo ovviamente non sto dicendo che siamo tutti uguali, il mondo è pieno di cretini, di ignoranti e di religiosi…io sono sicuramente meglio della maggior parte di voi, ma è una magra consolazione in fondo. (me la rido…)

Invece esistono uomini che influiscono fortemente sulla società, o che al contrario vivono fuori da essa, dentro loro stessi.

Quelli sono gli uomini che noi non siamo: poeti, scrittori, musicisti, rivoluzionari, dittatori, scienziati, benefattori, serial-killer, e dal lato opposto eremiti, vagabondi, barboni, disadattati (i miei preferiti).

Nel mezzo ci siamo noi, poveri scemi inghiottiti dal turbine di una vita tutta uguale a se stessa e a quelle degli altri. Si si, esistono mille variabili, e grazie-al-cazzo oserei dire, altrimenti avremmo già compiuto un suicidio di massa.

Insomma, prima che mi faccia prendere dal pessimismo più nero è meglio che rimetta nell’ armadio il superuomo di gomma, ma per quanto mi riguarda, massimo rispetto ai camionisti che per pochi giorni sono stati uomini sopra la media.

Divertissement!

novembre 27, 2007

Questa mattina mentre ero sul trenino per andare a lavoro, mi è capitato di vedere, come capita spesso non solo a me, il solito gruppetto di immigrati pieni di borse e pacchi, diretti chissà dove a vendere la loro paccottiglia.

Li guardo e mi interrogo sulle loro vite, sui loro pensieri, su come possano sentirsi; penso che trovarmi in una situazione del genere per me sarebbe l’inferno, non tanto per la povertà in se stessa, quanto per l’essere condannati a sopravvivere, ritrovandosi a trascorrere una vita senza stimoli che non siano quelli fisiologici, senza grandi aspettative, con poche speranze e ancor meno sogni. Uno dei livelli più bassi e infimi della maledetta routine della vita, che non dà neanche l’illusione di godersi la vita, magari facendo stupidi sacrifici per una stupida automobile, ma che ti sbatte direttamente in faccia la verità: sei una nullità, e sei schiavo dei tuoi bisogni fisiologici, devi spaccarti in due solo per mantenerti in vita e per farlo devi per forza stare al gioco.

Eppure guardandoli mi suscitano una certa invidia, un’ invidia mista a compassione, forse pena, non lo nego e mi dispiace e vorrei conoscerli, conoscere le loro storie ma sopratutto i loro pensieri, le loro sensazioni.

Li guardo e non vedo persone disperate, ma persone forti, dallo sguardo malinconico che ridono tra loro e sembrano quasi felici; vedo molta umiltà in loro e forse questa è la cosa che più gli invidio, mi reputo una persona abbastanza forte, ma la mia forza nasce spesso da sentimenti come la presunzione, l’umiltà non la conosco granchè e loro ridotti a supplicare per vendere un cavolo di gingillo inutile ne hanno moltissima. Vorrei sapere cosa pensano la mattina quando si svegliano, come affrontano la giornata che si trovano davanti e vorrei sapere cosa pensano la sera prima di addormentarsi, vorrei sapere se il loro sonno è popolato di sogni o incubi o se è un sonno agitato, spezzato, o se è un sonno tranquillo.

Li guardo e mi chiedo perchè lo facciano. Istinto di sopravvivenza? Concetti sociali imposti? Magari amore…si forse riescono ad essere così forti ed umili perchè hanno qualcuno da proteggere e da accudire, hanno il loro pensiero dolce che si affaccia al mattino appena svegli e li accompagna tutto il giorno, e per quello in treno ridono e grazie a quello forse, la sera riescono a dormire sonni tranquilli.

Per me in molti casi sarebbe molto più facile e naturale vagabondare e vivere all’avventura, continuare a cercare emozioni fino all’ ultimo momento della mia vita, che in un caso del genere sarebbe ovviamente molto prossimo. Oppure grettamente finirei sulla strada criminale semplicemente per garantirmi un vitto e un alloggio in carcere.

Cosa dovrebbe spingermi a umiliarmi solo per sopravvivere?

Ma insomma mi chiedo, che cavolo di schiavitù psicologica è mai l’istinto di sopravvivenza?

Ovviamente una speculazione cosi estrema e fredda non mi appartiene completamente, sono solo delle domande che mi pongo. In realtà sono dell’ idea che ci sia sempre qualcosa per cui valga la pena vivere, anche una stupida speranza, una cavolo di illusione, può servire a tenere la mente occupata (distratta) dalla condizione più o meno misera in cui ci troviamo.

Sicuramente un Pascal non si troverebbe d’accordo con me, ma credo che togliere questa sorta di garanzia a quegli uomini possa significare l’oblio.

Edit: Manco a farlo apposta è di oggi la notizia di un spot televisivo che invita gli africani a non emigrare in Svizzera, perchè non troverebbero quello che credono. (link da la Repubblica).

Sono serio.

novembre 23, 2007

Uno dei modi di affrontare la vita e le avversità che essa ci pone davanti è quello ironico.

Prendere le cose, la vita, con ironia è un atteggiamento molto diffuso, che talvolta può sembrare anche demenziale, e sopratutto irritante se siamo in prima persona le vittime di un episodio sgradevole; l’amico che viene tutto sorridente e che ci fa: “Ma su! Prendila con ironia!” suscita in realtà ben altri sentimenti.

Se non è un cretino questo amico, saprà prendere veramente con ironia anche gli eventi spiacevoli che lo vedranno protagonista e da una persona del genere forse bisognerebbe prendere esempio, perchè dietro l’ironia si nascondono tanti aspetti preziosi per vivere una Vita.

L’ironia ha un potere particolare che io reputo fondamentale, ed è quello di permettere di dissociarci dalla realtà, presentandone scherzosamente un’ altra, perlopiù assurda, o comunque diversa da quella che è.

E’ negazione e negatività usata per affermare qualcosa. E’ quasi libertà, in quanto liberazione; liberazione da una situazione, da un contesto, da un’ affermazone che a noi non piace.

Dice Kierkegaard : L’ironia è una determinazione della soggettività. Nell’ironia il soggetto è libero in negativo; difatti la realtà suscettibile di dargli contenuto è assente, e il soggetto è libero dallo stato di costrizione in cui lo tiene la realtà data, ma è libero in negativo e come tale fluttuante, poiché nulla v’è che lo tenga. Ma proprio questa libertà, proprio questo fluttuare trasmette all’ironista un certo entusiasmo, nel senso che si ubriaca degli infiniti possibili […]. A questo entusiasmo tuttavia non si abbandona, ma nutre in sé e ravviva solo quello dell’annientare

Si parla anche di ironia socratica per definire il famoso metodo dissimulatorio con cui il filosofo portava i suoi interlocutori a rispondersi da soli e più recentemente c’è chi ha pensato che l’ironia sia un carattere fondamentale anche per la creatività. Ed effettivamente l’ironia consiste proprio nel creare appunto situazioni non corrispondenti alla realtà, per riderci sù, per rilassarsi dinnanzi ad essa o per fuggire da essa.

Insomma da buffone quale sono, anche io reputo l’ironia una gran cosa, ma ironicamente mi viene da pensare che vivere la vita con ironia contrapponendosi all’ ironia della sorte è effettivamente una situazione che ha del surreale…

Come fa la sorte ad essere ironica?

Ovvio, è solo un modo di dire, siamo noi che attribuiamo questo carattere anche alla sorte (ah! la sorte…), quando essa ci trascina in eventi e situazioni che sembrano farsi beffa di noi e della nostra condizione. In sostanza, se non siamo noi a voler essere ironici lo sarà quello che ci gira intorno, o meglio: l’ironia sembra essere un tratto fondamentale dell’ uomo, il quale se proprio non riesce a riconoscerlo in sè, deve perlomeno attribuirlo a quello che ha intorno.

Il buffone quando si stanca di fare il buffone, diventa malinconico e pessimista, perchè sarà qualcun altro o qualcos’altro a divertirsi a sue spese.

Elogio all’ Incoerenza.

novembre 15, 2007

L’ Incoerenza.
L’ Istinto che domina.

Più ci penso e più gli uomini tutti d’un pezzo meno mi convincono. Preferisco tanti pezzi, colorati e tenuti insieme da qualche principio. Il resto muta, segue il corso degli eventi, vive. Si anima grazie ad una scintilla, che una piccola ventata potrebbe subito spegnere.

L’ istinto segue lo spirito, le attitudini, l’inconscio, e per me è bellissimo e naturale.
Ma a volte è animato anche da ideali, sempre più masticati tra gli ingranaggi della giornata, che quando provano ad affiorare vengono spesso accolti con bonari sorrisi, quasi commiserativi. Non più combattuti, ma derisi e a tratti compatiti come lo scemo del villaggio.

Comunque ogni tanto questa scintilla si accende, spesso si spegne in fretta, perchè la ragione – quella “pratica”, che poco mi piace – fa la voce grossa; a volte resiste un pò di più, in ogni caso è sempre ben accetta, anche se non sta li a guardare i “come” e i “perchè”, non si preoccupa molto del “prima” o del “poi”, come tanti momenti di estasi uno dietro l’altro.