Une bière de trop.

settembre 15, 2008

Un leggero oblio della mente.

Niente di eccessivo, la testa vaga, le membra leggere, un piccolo oblio tra coscienza ed incoscienza.

Questo è quello che amo.

La mente sono io.

Io sono la mente.

Chi sono io e chi è la mente?

Non importa in questi casi.

La gente si muove veloce ed io la guardo.

La vedo?

Si, a volte la osservo; questa gente qua è nuova, ha tanto da darmi… ho molto da prendere da loro, finchè hanno da dare ed io da prendere la noia è lontana.

Questa gente che pensa in un altro modo, in un’ altra lingua; la guardo e spesso mi sorprendo quando realizzo al modo in cui pensano tra sè e sè. In un’ altra lingua.

E a cosa pensano? E come lo pensano?

Il fatto che il loro pensiero sia incapsulato in uno schema diverso, mi fa uno strano effetto, questa cosa mi eccita, lo ammeto, ma la sostanza?

Uno schema è uno schema.

Noi siamo imbrigliati sin dalla nascita negli schemi, questo quanto incide sulla nostra essenza?

Quanto il mio Io è personale e quanto è sociale?

Sono qui a bere birra in un bistrot vicino Pigalle a Parigi, iniziando una nuova vita, cercando qualcosa che fino ad ora non ho trovato o che non ho saputo trovare o che non mi hanno fatto trovare…fa lo stesso, per ora sono felice, sono sempre Io, dentro un’ altra realtà, cercando di capire i suoi schemi e magari di apprezzarli ma possibilmente evitando di assorbirli.

Sto semplicemente cercando degli schemi che si adattino a me, il contrario lo trovo deprimente.

Spesso sono dell’ idea che nella vita non esistano vie di mezzo e da mezzo esaltato quale sono adoro gli estremismi, soprattutto nella sfera emotiva. Non me ne voglia Epicuro.

Ma nella società tutto è diverso, in quella grande nube dove non ti è premesso perderti nei sentimenti, seguire le passioni, dove devi sempre prendere una posizione, dove devi sempre dimostare di essere qualcuno, io preferisco di gran lunga trovarmi nel mezzo, preferisco schivare le prese di posizione preconfezionate, preferisco farmi gli affari miei, e far affannare gli altri sulle cose che ritengo stupide. Preferisco essere trasversale; così mi piace descrivere quelle persone che vivono nella società, ma non vivono per essa, che ne conoscono i meccanismi ma non si fanno travolgere da essi. Quelle persone che non sono nè ai vertici nè ai margini, sono quelle persone che cercano di vivere come piace a loro, scendendo a compromessi quel tanto che basta per non farsi rompere i coglioni, ma che sanno prendere una posizione e che si sono fatti un idea di molte più cose di quante se ne possano immaginare. Insomma quelle persone che fanno e sanno quello che gli piace.

Ovviamente per me il principe dei trasversali è Charles Bukowski, ma mi è capitato di conoscere, direttamente o indirettamente altre persone che hanno guadagnato la mia stima per questi motivi.

Il punto è che spesso lottare contro qualcosa, indignarsi per qualcosa, significa comunque darle considerazione, significa alla fin dei conti stare al gioco. E spesso non si riesce a distinguere il confine tra l’essere un individuo e il fare finta di esserlo, alimentando inconsapevolmente un qualche grande, troppo grande, meccanismo.

Ad esempio, banalmente, ostinarsi a tutti i costi di non seguire nessuna moda, non significa comunque seguire una moda? Non si sta comunque soffocando il proprio gusto personale per perseguire un banale intento?

E l’ateismo? Non significa credere che non esista alcun dio?

Va bene, penso di essere stato abbastanza chiaro, se così non è stato, sappiate che è per colpa vostra che siete troppo dentro al sistema.

Ostinato.

febbraio 7, 2008

La sofferenza, sempre la sofferenza… sono tanti i moti interni che spingono l’uomo ad agire, a creare, a comporre, a lottare, a fare male ma perchè proprio la sofferenza mi sembra lo stimolo principe?

Perchè, a me, che piace così tanto stare bene? Perchè io che cerco la mia dimensione di tranquillità, devo sempre trovarmi avvolto da una oscura foschia?

Ah, rido! Ma quanti avranno formulato pensieri simili? A volte il troppo lamentarsi mi pare diventi un crogiolarsi. A cosa serve dolersi delle proprie disavventure, a che giova dispiacersi per i propri mali?

Debolezza e sconforto o un perverso piacere per il martirio? Difficle dirlo e difficile stabilire cosa sia peggio.

Chissà se si può arrivare ad eliminare la sofferenza; niente atarassia però e niente cinismo: semplicemente un pò di ragionamenti. Potrebbe essere che la sofferenza sia solo un’ illusione: siamo noi a crearla, siamo noi che affrontiamo le situazioni spaicevoli in modo debole, inetto, una specie di proiezione mentale.
Va bene non ci credo nemmeno io… la pianto.

C’è poco da fare, la sofferenza è l’indice della nostra imperfezione, è l’indice di qualcosa che ci manca, è sempre così, che si tratti della perdita di una persona cara, o delle mancate attenzioni da parte dell’ oggetto del nostro amore, o di un nostro difetto, o della nostra condizione di vita e via discorrendo. Provate a pensare ad una qualsiasi situazione che vi crea sofferenza e ditemi se in qualche modo non riuscite a ricondurla alla mancanza di qualcosa.

Ci hanno sempre insegnato che la perfezione non è nostro appannaggio, volendo prendere ciò per buono, l’unica soluzione che vedo è la noncuranza, è il distacco, è il progressivo disinteressare da quello che costituisce la nostra esistenza, intraprendere dunque la strada dell’ apatia, arrivando infine al vuoto mentale, all’ oblio dei sensi. Cinismo, nichilismo e affini non sono sufficienti, sono solo una maschera, rappresentano comunque uno stile di vita, una linea più o meno stabilita che si decide di seguire all’ interno della società, nel corso della vita, ma questi non escludono certo i sentimenti, gli stimoli, i desideri, le pulsioni fondamentali insomma, che portano l’individuo a soffrire della sua imperfezione.

Perfezione o apatia? Siamo in trappola… ahahahhah!


(per fortuna con un pò di lungimiranza si può auspicare ud una perfezione relativa, forse basta un pizzico di mediocritas mescolata ad un pò di autostima e presunzione e ad una buona dose di determinazione, chi lo sa…)

Rispolvero una vecchia discussione che aprii su di un forum, dato che sono sempre curioso di avere riscontri in merito alla questione, che peraltro può considerarsi un completamento delle discussioni dei giorni precedenti

Miseria.Sofferenza.Angoscia.

Disperazione.

Impotenza.

In relazione alla nostra esistenza ed essenza, sono temi che l’umanità sente veramente?
E’ l’umanità a soffrire per la sua condizione o è l’uomo singolo che non vuole sentirsi solo nella sua sofferenza?

Esistono molti pensatori che nel corso della storia hanno ipotizzato una natura sofferente dell’ uomo, una volta per via della sua condizione mortale, un’ altra per la sua natura misera, o per essere schiacciati dal nulla, o dal nulla da cui veniamo e dal nulla verso cui andremo, da quello che è stato, da quello che sarà malgrado le nostre scelte, o per via delle nostre scelte, per la dipendenza da un dio o per l’indipendenza da un dio, per via della sua stessa autocosienza, per l’ immaginazione… insomma per via delle più disparate correnti di pensiero, l’uomo è spesso inquadrato in una condizione di sofferenza verso ciò che lo circonda e/o verso ciò che ha dentro di sè.

Ma sarà veramente così? L’ uomo comune si pone questi problemi? O si limita a soffrire quando c’è da soffrire per via di qualche condizione “materiale” e soprattutto particolare e personale?
Sarà forse che chi ha teorizzato queste condizioni negative dell’ uomo, lo ha fatto perchè si trovava egli stesso in uno stato di sofferenza maggiore e magari duratura nel tempo?Di esempi ce ne sono sicuramente tanti. Spesso condizioni di sofferenze materiali ed individuali che portano a teorizzare sofferenze “universali”.
Ma l’uomo secondo voi vive in questo stato?
O questa visione nasce semplicemente a causa della sofferenza di chi la teorizza, magari con una inconscia volontà di non trovarsi solo nel suo stato di angoscia?

Probabilmente l’ uomo comune non sente queso peso, o lo sente parzialmente se si sofferma a pensarci su. Ma potrebbe essere benissimo influenzato dal pensiero di questi pensatori e convincersi di ciò.

Insomma, è tutta una grande illusione?

Miseria, dolore e sofferenza.

Almeno Second Arthur Schopenhauer, il quale teorizza una esistenza completamente soggiogata dalla Volontà, la quale non fa altro che metterci in condizioni di desiderare, per poi farci accorgere che gli sforzi fatti non erano proporzionati al piacere ottenuto, ed ecco che allora scatta la molla che ci fa desiderare ancora di più e che ci fa illudere che le nostre sofferenze finalmente potranno cessare.

«Noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica»

Si tratta perciò di una volontà fine a se stessa, che tormenta il nostro animo e che ci porta a considerarci al centro del mondo, ad avere uan percezione privilegiata del nostro Io rispetto agli altri individui. La conseguenza è perciò la guerra per soddisfare questo egoismo.

Esistono delle tregue, ma queste sono occupate dalla noia, nemica ancora peggiore da fronteggiare, la quale porta anch’essa all’ insoddisfazione.

Questa è dunque la condizione umana secondo Schopenhauer, un divenire senza essere, un desiderare senza mai soddisfazione, un tormento continuo al quale sembra non esserci soluzione: non esiste saggezza, lungimiranza, ascesi, preghiera o divinità che possa aiutarci ad alleviare le nostre sofferenze.

La piccola discussione nata in merito ai sogni e alla felicità mi ha portato alla mente le posizioni di alcuni pensatori del passato.

Cercherò di riportare in modo semplice e sintetico il loro punto di vista, per chi ne fosse interessato.

Parlando di felicità e desideri non si può di certo evitare il buon vecchio Epicuro, il quale teorizza uno stile di vita semplice e morigerato per conseguire la felicità ed il piacere. Non si tratta perciò di un piacere sfrenato o di una brama eccessiva o addirittura di una volontà sguinzagliata e scagliata verso ciò che si desidera.

Di che tipo di piacere ci parla dunque Epicuro? Del piacere principe, quello che riesce ad essere duraturo e che ovviamente va perciò al di la del corporeo, questo piacere è derivato dall’ assenza di dolori e sofferenza (atarassia), i quali si presentano proprio quando noi ci troviamo in condizioni di desiderare qualcosa perchè, secondo il filosofo greco, il desiderio è una condizione di per sè dolorosa, derivata dallo stato di mancanza.

Brevemente dunque, secondo Epicuro si può essere felici, conducendo una vita moderata e sopratutto imparando a non desiderare piaceri vani o non necessari, che darebbero solo soddisfazioni momentanee e potrebbero creare danni maggiori.

Per raggiungere una tale posizione, la chiave è una lungimiranza che ci permetta di stabilire quali siano i piaceri maggiori e duraturi e una saggezza che ci permetta di non cedere alle lusinghe dei piaceri vani e solamente momentanei.

Per i più pigri riporto i due passi, molto significativi, di Lucrezio ed Orazio che sono su Wiki alla voce atarassia.

Ma niente è più dolce che occupare muniti
dalla dottrina dei saggi i sublimi templi sereni saldamente,
donde si possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli
errare qua e là e, aggirandosi senza criterio, cercare la via della vita,
lottare rivaleggiando in doti naturali, gareggiare per nobiltà,
sforzarsi notte e giorno con grande fatica
per emergere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

(Lucrezio, De Rerum Natura, liber II)
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani.

(Orazio, Ode 1,11)

Cocludo con una frase molto sigificativa di Epicuro stesso, che peraltro credo sia abbastanza in sintonia con il pensiero di Unknow.

Non intorbidare i beni presenti col desiderio di quelli che ti mancano, ma considera che i beni presenti erano prima tra le cose solo sperate.

(Epicuro, Sentenze Vaticane)

Nihil.

dicembre 13, 2007

Sono un pò di giorni che mi girano per la testa varie cose di cui vorrei parlare, ma per mancanza di tempo e sconclusionatezza innata, ho un pò perso il filo della questione.

Nel frattempo volevo sottolineare un paio di eventi accaduti ultimamente nel paese in cui viviamo.

L’italia intendo.

Malgrado io mi interessi pochissimo di politica e attualità, oltre che per via della solita pappa da giovane sfiduciato verso le istituzioni, anche per una mia attitudine personale tendente al nichilismo e all’ accidia, nonchè al menefreghismo e alla disobbedienza sociale (che pezzo di merda… ma almeno non ipocrita), ogni tanto tiro fuori la testa dalla sabbia per guardarmi intorno, e quello che vedo solitamente mi fa venire voglia di ingoiare altri Kg di sabbia.

A questo punto l’unica cosa che mi resta per consolarmi è pensare a Giuliano Ferrara nudo dentro una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’utri che gli pisciano addosso e Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta .

Avrete già capito quale sia la nota dolente del mio discorso. Ora, non ho molta voglia di dilungarmi in apologie o denunce, ho solo voglia di esprimere la mia amarezza per questa situazione. Non saprei neanche bene con chi prendermela, ma tanto sarebbe inutile, e forse so il perchè, e il concetto è ben espresso secondo me proprio in una frase che Luttazzi ha scritto nel suo blog:

“Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.”

Sia ben chiaro che questo non è un moralismo, ma una critica al moralismo, che come vediamo porta all’ ottusità della gente (o che parte da essa, chi lo sa…) che non riesce più a distinguere quali siano gli episodi veramente gravi della vita.

Ecco perchè sono dell’ idea che la morale non debba pervaderci, ma dovremmo essere ben consci che è solo uno strumento, un pacchetto di regole di convivenza, costruito ed evoluto in base ai nostri sentimenti e non il contrario, come spesso la gente finisce per pensare (prego i ferventi moralisti, che guarda caso sono spesso anche ferventi religiosi, di cambiare aria in caso non condividano, senza troppe rotture di palle) .

Uhm, mi sono fatto un pò prendere dalla mano, in realtà volevo solo fare un piccolo accenno a questa questione, la quale si commenta da sola, ed invece discutere un pò di un episodio che ho sentito personalmente come molto positivo: la mobilitazione degli autotrasportatori di questi giorni.

Non sto scherzando.

I disagi, l’irresponsabilità, le angherie e le costrizioni, le manovre politche e tutto quello che di negativo vi viene in mente, sicuramente sono stati presenti, ma apparte il fatto che sono dell’ ideache siano stati gonfiati come al solito, sono fermamente convinto che ne sia valsa la pena.

Una protesta seria e motivata, favoloso. Era da tanto che gli scioperini annunciati mi facevano sorridere, dopo che avevo pure smesso di chiedermi per quale motivo li facessero ancora.

Mi ha (quasi) eccitato, giuro. Potevo quasi sentire la sferzata di eccitazione derivata dall’ idea di aver messo in ginocchio un paese.

I motivi politici che hanno spinto a questa protesta per quanto validi, sono quasi marginali nel mio discorso, è più la dimostrazione del fatto che ogni uomo abbia ancora “potenza” che mi ha colpito.

Voglio dire, ma allora sappiamo ancora rivoltarci quando qualcosa non ci va bene, non siamo completamente appiattiti, sappiamo ancora prendere il toro per le corna e guardarlo negli occhi con aria di sfida, sebbene in cuor nostro arda la paura insieme al furore.

Il fatto di uscire per un momento dal corso ordinario degli eventi, unendo le propie forze e sfruttando i propri mezzi, per non essere solo un individuo confuso nella moltitudine, con la sua funzione e i suoi programmi, ma di emergere, di farsi sentire, di dimostrare potenza, per me è a stupendo, galvanizzante.

E’ uno dei tanti modi per non essere un uomo medio.

Io per uomo medio non intendo quello che si intende solitamente, quello per me è un uomo mediocre e basta .

Chi è l’uomo medio? Tutti siamo l’uomo medio, anche io purtroppo. Certo ovviamente non sto dicendo che siamo tutti uguali, il mondo è pieno di cretini, di ignoranti e di religiosi…io sono sicuramente meglio della maggior parte di voi, ma è una magra consolazione in fondo. (me la rido…)

Invece esistono uomini che influiscono fortemente sulla società, o che al contrario vivono fuori da essa, dentro loro stessi.

Quelli sono gli uomini che noi non siamo: poeti, scrittori, musicisti, rivoluzionari, dittatori, scienziati, benefattori, serial-killer, e dal lato opposto eremiti, vagabondi, barboni, disadattati (i miei preferiti).

Nel mezzo ci siamo noi, poveri scemi inghiottiti dal turbine di una vita tutta uguale a se stessa e a quelle degli altri. Si si, esistono mille variabili, e grazie-al-cazzo oserei dire, altrimenti avremmo già compiuto un suicidio di massa.

Insomma, prima che mi faccia prendere dal pessimismo più nero è meglio che rimetta nell’ armadio il superuomo di gomma, ma per quanto mi riguarda, massimo rispetto ai camionisti che per pochi giorni sono stati uomini sopra la media.

Divertissement!

novembre 27, 2007

Questa mattina mentre ero sul trenino per andare a lavoro, mi è capitato di vedere, come capita spesso non solo a me, il solito gruppetto di immigrati pieni di borse e pacchi, diretti chissà dove a vendere la loro paccottiglia.

Li guardo e mi interrogo sulle loro vite, sui loro pensieri, su come possano sentirsi; penso che trovarmi in una situazione del genere per me sarebbe l’inferno, non tanto per la povertà in se stessa, quanto per l’essere condannati a sopravvivere, ritrovandosi a trascorrere una vita senza stimoli che non siano quelli fisiologici, senza grandi aspettative, con poche speranze e ancor meno sogni. Uno dei livelli più bassi e infimi della maledetta routine della vita, che non dà neanche l’illusione di godersi la vita, magari facendo stupidi sacrifici per una stupida automobile, ma che ti sbatte direttamente in faccia la verità: sei una nullità, e sei schiavo dei tuoi bisogni fisiologici, devi spaccarti in due solo per mantenerti in vita e per farlo devi per forza stare al gioco.

Eppure guardandoli mi suscitano una certa invidia, un’ invidia mista a compassione, forse pena, non lo nego e mi dispiace e vorrei conoscerli, conoscere le loro storie ma sopratutto i loro pensieri, le loro sensazioni.

Li guardo e non vedo persone disperate, ma persone forti, dallo sguardo malinconico che ridono tra loro e sembrano quasi felici; vedo molta umiltà in loro e forse questa è la cosa che più gli invidio, mi reputo una persona abbastanza forte, ma la mia forza nasce spesso da sentimenti come la presunzione, l’umiltà non la conosco granchè e loro ridotti a supplicare per vendere un cavolo di gingillo inutile ne hanno moltissima. Vorrei sapere cosa pensano la mattina quando si svegliano, come affrontano la giornata che si trovano davanti e vorrei sapere cosa pensano la sera prima di addormentarsi, vorrei sapere se il loro sonno è popolato di sogni o incubi o se è un sonno agitato, spezzato, o se è un sonno tranquillo.

Li guardo e mi chiedo perchè lo facciano. Istinto di sopravvivenza? Concetti sociali imposti? Magari amore…si forse riescono ad essere così forti ed umili perchè hanno qualcuno da proteggere e da accudire, hanno il loro pensiero dolce che si affaccia al mattino appena svegli e li accompagna tutto il giorno, e per quello in treno ridono e grazie a quello forse, la sera riescono a dormire sonni tranquilli.

Per me in molti casi sarebbe molto più facile e naturale vagabondare e vivere all’avventura, continuare a cercare emozioni fino all’ ultimo momento della mia vita, che in un caso del genere sarebbe ovviamente molto prossimo. Oppure grettamente finirei sulla strada criminale semplicemente per garantirmi un vitto e un alloggio in carcere.

Cosa dovrebbe spingermi a umiliarmi solo per sopravvivere?

Ma insomma mi chiedo, che cavolo di schiavitù psicologica è mai l’istinto di sopravvivenza?

Ovviamente una speculazione cosi estrema e fredda non mi appartiene completamente, sono solo delle domande che mi pongo. In realtà sono dell’ idea che ci sia sempre qualcosa per cui valga la pena vivere, anche una stupida speranza, una cavolo di illusione, può servire a tenere la mente occupata (distratta) dalla condizione più o meno misera in cui ci troviamo.

Sicuramente un Pascal non si troverebbe d’accordo con me, ma credo che togliere questa sorta di garanzia a quegli uomini possa significare l’oblio.

Edit: Manco a farlo apposta è di oggi la notizia di un spot televisivo che invita gli africani a non emigrare in Svizzera, perchè non troverebbero quello che credono. (link da la Repubblica).

Sono serio.

novembre 23, 2007

Uno dei modi di affrontare la vita e le avversità che essa ci pone davanti è quello ironico.

Prendere le cose, la vita, con ironia è un atteggiamento molto diffuso, che talvolta può sembrare anche demenziale, e sopratutto irritante se siamo in prima persona le vittime di un episodio sgradevole; l’amico che viene tutto sorridente e che ci fa: “Ma su! Prendila con ironia!” suscita in realtà ben altri sentimenti.

Se non è un cretino questo amico, saprà prendere veramente con ironia anche gli eventi spiacevoli che lo vedranno protagonista e da una persona del genere forse bisognerebbe prendere esempio, perchè dietro l’ironia si nascondono tanti aspetti preziosi per vivere una Vita.

L’ironia ha un potere particolare che io reputo fondamentale, ed è quello di permettere di dissociarci dalla realtà, presentandone scherzosamente un’ altra, perlopiù assurda, o comunque diversa da quella che è.

E’ negazione e negatività usata per affermare qualcosa. E’ quasi libertà, in quanto liberazione; liberazione da una situazione, da un contesto, da un’ affermazone che a noi non piace.

Dice Kierkegaard : L’ironia è una determinazione della soggettività. Nell’ironia il soggetto è libero in negativo; difatti la realtà suscettibile di dargli contenuto è assente, e il soggetto è libero dallo stato di costrizione in cui lo tiene la realtà data, ma è libero in negativo e come tale fluttuante, poiché nulla v’è che lo tenga. Ma proprio questa libertà, proprio questo fluttuare trasmette all’ironista un certo entusiasmo, nel senso che si ubriaca degli infiniti possibili […]. A questo entusiasmo tuttavia non si abbandona, ma nutre in sé e ravviva solo quello dell’annientare

Si parla anche di ironia socratica per definire il famoso metodo dissimulatorio con cui il filosofo portava i suoi interlocutori a rispondersi da soli e più recentemente c’è chi ha pensato che l’ironia sia un carattere fondamentale anche per la creatività. Ed effettivamente l’ironia consiste proprio nel creare appunto situazioni non corrispondenti alla realtà, per riderci sù, per rilassarsi dinnanzi ad essa o per fuggire da essa.

Insomma da buffone quale sono, anche io reputo l’ironia una gran cosa, ma ironicamente mi viene da pensare che vivere la vita con ironia contrapponendosi all’ ironia della sorte è effettivamente una situazione che ha del surreale…

Come fa la sorte ad essere ironica?

Ovvio, è solo un modo di dire, siamo noi che attribuiamo questo carattere anche alla sorte (ah! la sorte…), quando essa ci trascina in eventi e situazioni che sembrano farsi beffa di noi e della nostra condizione. In sostanza, se non siamo noi a voler essere ironici lo sarà quello che ci gira intorno, o meglio: l’ironia sembra essere un tratto fondamentale dell’ uomo, il quale se proprio non riesce a riconoscerlo in sè, deve perlomeno attribuirlo a quello che ha intorno.

Il buffone quando si stanca di fare il buffone, diventa malinconico e pessimista, perchè sarà qualcun altro o qualcos’altro a divertirsi a sue spese.