il viaggio in me

giugno 27, 2008

Sento l’umidità sulla pelle,

poggio le mani sulla ringhiera è fredda, sento il rumore del mare.

Mi perdo vedendo la linea di orizzonte, la costa colorata dalle pennellate di nuvola che la contornano, focalizzo lo sguardo….

L’ idea del movimento inteso come percorrenza temporale da un punto ad un altro in quanto considerabile come linea di insieme crea infiniti fotogrammi, scorrendo formano il nostro esistere, ma questo non prevede l’emozione di una condivisione.

Metto i piedi in acqua, posso vedere oltre… incontro la pioggia che a me si avvicina il mare aperto infine i tuoi occhi.

La pupilla ago dello spirito non sbaglia rotta, la retina come un setaccio raccoglie quello che la mente non deve perdere, cosi impulso dopo impulso crea labirinti atti a recuperare le infinite rotte che attraversiamo, la ricerca dell’essenza, qualcuno per vedersi; dove riflettersi…

Due occhi cercanti si avvicinano si toccano ora sono una cosa sola.

La costruzione di questo momento nella testa e il dolore nel passare il velo mi stringe il cuore, nessuna conferma di esistenza un solo riscontro chimico, la percezione di te oltre la sostanza.

Torno attraverso i miei fotogrammi, consapevole di una ricchezza che non poteva essere costruita ma scavata dal passaggio di piu ragioni che per quanto brevemente, vanno nella stessa direzione.

Ora sollevo le palpebre, sta piovendo e questa stupida città è già troppo rumorosa per me, meglio tornare a dormire.

Ostinato.

febbraio 7, 2008

La sofferenza, sempre la sofferenza… sono tanti i moti interni che spingono l’uomo ad agire, a creare, a comporre, a lottare, a fare male ma perchè proprio la sofferenza mi sembra lo stimolo principe?

Perchè, a me, che piace così tanto stare bene? Perchè io che cerco la mia dimensione di tranquillità, devo sempre trovarmi avvolto da una oscura foschia?

Ah, rido! Ma quanti avranno formulato pensieri simili? A volte il troppo lamentarsi mi pare diventi un crogiolarsi. A cosa serve dolersi delle proprie disavventure, a che giova dispiacersi per i propri mali?

Debolezza e sconforto o un perverso piacere per il martirio? Difficle dirlo e difficile stabilire cosa sia peggio.

Chissà se si può arrivare ad eliminare la sofferenza; niente atarassia però e niente cinismo: semplicemente un pò di ragionamenti. Potrebbe essere che la sofferenza sia solo un’ illusione: siamo noi a crearla, siamo noi che affrontiamo le situazioni spaicevoli in modo debole, inetto, una specie di proiezione mentale.
Va bene non ci credo nemmeno io… la pianto.

C’è poco da fare, la sofferenza è l’indice della nostra imperfezione, è l’indice di qualcosa che ci manca, è sempre così, che si tratti della perdita di una persona cara, o delle mancate attenzioni da parte dell’ oggetto del nostro amore, o di un nostro difetto, o della nostra condizione di vita e via discorrendo. Provate a pensare ad una qualsiasi situazione che vi crea sofferenza e ditemi se in qualche modo non riuscite a ricondurla alla mancanza di qualcosa.

Ci hanno sempre insegnato che la perfezione non è nostro appannaggio, volendo prendere ciò per buono, l’unica soluzione che vedo è la noncuranza, è il distacco, è il progressivo disinteressare da quello che costituisce la nostra esistenza, intraprendere dunque la strada dell’ apatia, arrivando infine al vuoto mentale, all’ oblio dei sensi. Cinismo, nichilismo e affini non sono sufficienti, sono solo una maschera, rappresentano comunque uno stile di vita, una linea più o meno stabilita che si decide di seguire all’ interno della società, nel corso della vita, ma questi non escludono certo i sentimenti, gli stimoli, i desideri, le pulsioni fondamentali insomma, che portano l’individuo a soffrire della sua imperfezione.

Perfezione o apatia? Siamo in trappola… ahahahhah!


(per fortuna con un pò di lungimiranza si può auspicare ud una perfezione relativa, forse basta un pizzico di mediocritas mescolata ad un pò di autostima e presunzione e ad una buona dose di determinazione, chi lo sa…)

Dopo questa botta di pessimismo, per conclcudere questo piccolo excursus, riporto alcuni passi presi dal “Saggio sull’ intelletto umano”, del britannico John Locke, il quale a dire il vero è vissuto quasi due secoli prma del tedesco Schopenhauer, ma che per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, presenta una teoria che mi sembra la giusta mediazione tra le due appena viste e che trovo un pò più in sintonia col mio pensiero.

<<Se si domandasse ancora che cosa sia che muove il desiderio, risponderei: la felicità, ed essa sola. La felicità e l’infelicità sono i nomi di quegli estremi, dei quali non conosciamo i più lontani confini; si tratta di ciò che “occhio non ha visto, orecchio non ha udito, né mai cuore d’uomo ha potuto concepire”. Abbiamo tuttavia delle impressioni molto vivaci di certi gradi di entrambe, impressioni fatte sopra di noi da molti esempi di diletto o gioia da un lato, di tormento e dolore dall’altro; i quali gradi, per brevità, li comprenderò tutti nei nomi di piacere e dolore; poiché il piacere e il dolore sono dello spirito come del corpo.
La felicità, dunque, nella sua estensione piena, è il massimo piacere di cui siamo capaci, e l’infelicità è la massima pena; e l’estremo grado di ciò che può esser chiamato felicità è di essere tanto liberi da ogni pena, e di aver tanto piacere presente, da non poter essere contenti con meno. Ora, siccome il piacere e la pena sono prodotti in noi dall’operazione di certi oggetti, o sui nostri spiriti o sui nostri corpi, e in gradi diversi, ciò che è atto a produrre piacere in noi è quello che chiamiamo bene, e ciò che è atto a produrre pena chiamiamo male;
[…]
Le necessità ordinarie della nostra vita riempiono una grande parte di essa col disagio della fame, della sete, del caldo, del freddo, della stanchezza, della fatica e del sonno, col loro costante ricorrere, ecc., e se a ciò, oltre i mali accidentali, aggiungiamo i disagi chimerici (come il prurito degli onori, della potenza, della ricchezza, ecc.), che sono stati determinati in noi da abiti acquisiti a causa della moda, dell’esempio e dell’educazione, e se aggiungiamo altri mille desideri irregolari, che il costume ha reso naturali in noi, troveremo che solo una minima parte della nostra vita è così vuota di questi disagi da lasciarci liberi di sentire l’attrazione di un bene più remoto ed assente.
Raramente siamo a nostro agio, e abbastanza liberi dallo stimolo dei nostri desideri naturali o adottati; la volontà è invece dominata volta a volta da un succedersi costante di disagi, derivati da quella grande riserva che è stata accumulata in noi dai bisogni naturali e dagli abiti acquisiti; e non appena si è conclusa una certa azione, alla quale siamo stati indotti da una cosiffatta determinazione della volontà, già un altro disagio e lì pronto a farci muovere. Invero, l’eliminazione dei dolori che stiamo provando, e da cui siamo attualmente assillati, significando la liberazione dall’infelicità, e perciò la prima cosa da fare per andare verso la felicità, avviene che un bene lontano, anche se uno vi pensi, lo riconosca e lo veda come un bene, poiché non costituisce alcuna parte della sua infelicità per il fatto di essere lontano, viene cacciato fuori dallo spirito, per far posto alla preoccupazione di eliminare questi disagi che attualmente proviamo; e questo avverrà fino a tanto che una debita e ripetuta contemplazione non abbia portato quel bene più vicino al nostro spirito, non ci abbia fatto sentire il gusto di esso, e non abbia suscitato in noi qualche desiderio: il qual desiderio, venendo allora a far parte del nostro disagio presente, ha qualche possibilità di poter concorrere cogli altri desideri a che venga soddisfatto; e così, a seconda della sua grandezza ed urgenza, viene a sua volta a determinare la volontà.
[…]
Poiché esistono in noi disagi in gran numero, che sempre sollecitano la volontà nostra e son pronti a determinarla, è naturale, come ho detto, che i maggiori e più urgenti determinino la volontà alla sua azione immediata; e così avviene nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Poiché, il più delle volte, lo spirito ha il potere di tenere in sospeso l’esecuzione di un atto e la soddisfazione di un suo qualunque desiderio, com’è evidente dall’esperienza; e così esso può tenerli in sospeso tutti, uno dopo l’altro; è libero di considerarne gli oggetti, di esaminarli da ogni lato e di pesarli in rapporto ad altri. La libertà che ha l’uomo sta in questo; e dal non usarla giustamente viene tutta quella massa di sbagli, errori e difetti nei quali cadiamo nella condotta della nostra vita e nei nostri sforzi verso la felicità: ossia dal fatto che precipitiamo la determinazione della nostra volontà, e ci impegniamo troppo presto prima di aver debitamente esaminato la cosa. A impedir ciò, abbiamo il potere di poter sospendere il perseguimento di questa o quella cosa desiderata, come ognuno può sperimentare in se stesso ogni giorno. Questa mi sembra la fonte di ogni libertà; in questo sembra consistere ciò che (impropriamente, a mio parere) è chiamato libero arbitrio. Poiché, durante questa sospensione di ogni desiderio, prima che la volontà sia determinata all’azione e che sia compiuta l’azione che segue a quella determinazione medesima, abbiamo la possibilità di esaminare, renderci conto e giudicare del bene e del male di ciò che stiamo per fare; e quando, dopo un debito esame, abbiamo giudicato, abbiamo fatto il dover nostro, ossia tutto ciò che possiamo o dobbiamo fare ai fini della nostra felicità; e non è un difetto, bensì una perfezione della nostra natura, che si desideri, si voglia e si agisca secondo l’ultimo risultato di un esame onesto.>>

Miseria, dolore e sofferenza.

Almeno Second Arthur Schopenhauer, il quale teorizza una esistenza completamente soggiogata dalla Volontà, la quale non fa altro che metterci in condizioni di desiderare, per poi farci accorgere che gli sforzi fatti non erano proporzionati al piacere ottenuto, ed ecco che allora scatta la molla che ci fa desiderare ancora di più e che ci fa illudere che le nostre sofferenze finalmente potranno cessare.

«Noi ci illudiamo continuamente che l’oggetto voluto possa porre fine alla nostra volontà. Invece, l’oggetto voluto assume, appena conseguito, un’altra forma e sotto di essa si ripresenta. Esso è il vero demonio che sempre sotto nuove forme ci stuzzica»

Si tratta perciò di una volontà fine a se stessa, che tormenta il nostro animo e che ci porta a considerarci al centro del mondo, ad avere uan percezione privilegiata del nostro Io rispetto agli altri individui. La conseguenza è perciò la guerra per soddisfare questo egoismo.

Esistono delle tregue, ma queste sono occupate dalla noia, nemica ancora peggiore da fronteggiare, la quale porta anch’essa all’ insoddisfazione.

Questa è dunque la condizione umana secondo Schopenhauer, un divenire senza essere, un desiderare senza mai soddisfazione, un tormento continuo al quale sembra non esserci soluzione: non esiste saggezza, lungimiranza, ascesi, preghiera o divinità che possa aiutarci ad alleviare le nostre sofferenze.

Projecting happiness.

dicembre 17, 2007

Una linea all’ orizzonte, un punto nel cielo.

Non si può vivere una intera vita senza averne mai visti. Vederli significa sentirli, sigifica averne di propri, grandi o piccoli che siano: i sogni sono un ottima carica.

Avere un traguardo, un obiettivo significa impegnarsi a realizzare un sogno, realizzare un sogno significa impugnare la propria vita; per guardare l’orizzonte non si può tenere la testa bassa.

Inseguire un sogno rende felici, realizzarlo appaga e fornisce stimoli per andare oltre e perciò per ricominciare la piacevole trafila.

I sogni infranti sono un duro colpo, ma con un pò di saggezza possono comunque tramutarsi in stimoli, tutto fa brodo in fondo.

Mi chiedo quanto sarebbe vuota la vita di un uomo senza neanche un sogno; connubio perfetto tra istinto e ragione, il primo è quello che ci fa desiderare qualcosa, la seconda è quella che si adopera per ottenerlo.