La felicità muove il desiderio.

dicembre 18, 2007

Dopo questa botta di pessimismo, per conclcudere questo piccolo excursus, riporto alcuni passi presi dal “Saggio sull’ intelletto umano”, del britannico John Locke, il quale a dire il vero è vissuto quasi due secoli prma del tedesco Schopenhauer, ma che per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, presenta una teoria che mi sembra la giusta mediazione tra le due appena viste e che trovo un pò più in sintonia col mio pensiero.

<<Se si domandasse ancora che cosa sia che muove il desiderio, risponderei: la felicità, ed essa sola. La felicità e l’infelicità sono i nomi di quegli estremi, dei quali non conosciamo i più lontani confini; si tratta di ciò che “occhio non ha visto, orecchio non ha udito, né mai cuore d’uomo ha potuto concepire”. Abbiamo tuttavia delle impressioni molto vivaci di certi gradi di entrambe, impressioni fatte sopra di noi da molti esempi di diletto o gioia da un lato, di tormento e dolore dall’altro; i quali gradi, per brevità, li comprenderò tutti nei nomi di piacere e dolore; poiché il piacere e il dolore sono dello spirito come del corpo.
La felicità, dunque, nella sua estensione piena, è il massimo piacere di cui siamo capaci, e l’infelicità è la massima pena; e l’estremo grado di ciò che può esser chiamato felicità è di essere tanto liberi da ogni pena, e di aver tanto piacere presente, da non poter essere contenti con meno. Ora, siccome il piacere e la pena sono prodotti in noi dall’operazione di certi oggetti, o sui nostri spiriti o sui nostri corpi, e in gradi diversi, ciò che è atto a produrre piacere in noi è quello che chiamiamo bene, e ciò che è atto a produrre pena chiamiamo male;
[…]
Le necessità ordinarie della nostra vita riempiono una grande parte di essa col disagio della fame, della sete, del caldo, del freddo, della stanchezza, della fatica e del sonno, col loro costante ricorrere, ecc., e se a ciò, oltre i mali accidentali, aggiungiamo i disagi chimerici (come il prurito degli onori, della potenza, della ricchezza, ecc.), che sono stati determinati in noi da abiti acquisiti a causa della moda, dell’esempio e dell’educazione, e se aggiungiamo altri mille desideri irregolari, che il costume ha reso naturali in noi, troveremo che solo una minima parte della nostra vita è così vuota di questi disagi da lasciarci liberi di sentire l’attrazione di un bene più remoto ed assente.
Raramente siamo a nostro agio, e abbastanza liberi dallo stimolo dei nostri desideri naturali o adottati; la volontà è invece dominata volta a volta da un succedersi costante di disagi, derivati da quella grande riserva che è stata accumulata in noi dai bisogni naturali e dagli abiti acquisiti; e non appena si è conclusa una certa azione, alla quale siamo stati indotti da una cosiffatta determinazione della volontà, già un altro disagio e lì pronto a farci muovere. Invero, l’eliminazione dei dolori che stiamo provando, e da cui siamo attualmente assillati, significando la liberazione dall’infelicità, e perciò la prima cosa da fare per andare verso la felicità, avviene che un bene lontano, anche se uno vi pensi, lo riconosca e lo veda come un bene, poiché non costituisce alcuna parte della sua infelicità per il fatto di essere lontano, viene cacciato fuori dallo spirito, per far posto alla preoccupazione di eliminare questi disagi che attualmente proviamo; e questo avverrà fino a tanto che una debita e ripetuta contemplazione non abbia portato quel bene più vicino al nostro spirito, non ci abbia fatto sentire il gusto di esso, e non abbia suscitato in noi qualche desiderio: il qual desiderio, venendo allora a far parte del nostro disagio presente, ha qualche possibilità di poter concorrere cogli altri desideri a che venga soddisfatto; e così, a seconda della sua grandezza ed urgenza, viene a sua volta a determinare la volontà.
[…]
Poiché esistono in noi disagi in gran numero, che sempre sollecitano la volontà nostra e son pronti a determinarla, è naturale, come ho detto, che i maggiori e più urgenti determinino la volontà alla sua azione immediata; e così avviene nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Poiché, il più delle volte, lo spirito ha il potere di tenere in sospeso l’esecuzione di un atto e la soddisfazione di un suo qualunque desiderio, com’è evidente dall’esperienza; e così esso può tenerli in sospeso tutti, uno dopo l’altro; è libero di considerarne gli oggetti, di esaminarli da ogni lato e di pesarli in rapporto ad altri. La libertà che ha l’uomo sta in questo; e dal non usarla giustamente viene tutta quella massa di sbagli, errori e difetti nei quali cadiamo nella condotta della nostra vita e nei nostri sforzi verso la felicità: ossia dal fatto che precipitiamo la determinazione della nostra volontà, e ci impegniamo troppo presto prima di aver debitamente esaminato la cosa. A impedir ciò, abbiamo il potere di poter sospendere il perseguimento di questa o quella cosa desiderata, come ognuno può sperimentare in se stesso ogni giorno. Questa mi sembra la fonte di ogni libertà; in questo sembra consistere ciò che (impropriamente, a mio parere) è chiamato libero arbitrio. Poiché, durante questa sospensione di ogni desiderio, prima che la volontà sia determinata all’azione e che sia compiuta l’azione che segue a quella determinazione medesima, abbiamo la possibilità di esaminare, renderci conto e giudicare del bene e del male di ciò che stiamo per fare; e quando, dopo un debito esame, abbiamo giudicato, abbiamo fatto il dover nostro, ossia tutto ciò che possiamo o dobbiamo fare ai fini della nostra felicità; e non è un difetto, bensì una perfezione della nostra natura, che si desideri, si voglia e si agisca secondo l’ultimo risultato di un esame onesto.>>

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