Sulla scia della sofferenza, vi interrogo.
Dicembre 20, 2007
Rispolvero una vecchia discussione che aprii su di un forum, dato che sono sempre curioso di avere riscontri in merito alla questione, che peraltro può considerarsi un completamento delle discussioni dei giorni precedenti
Miseria.Sofferenza.Angoscia.
Disperazione.
Impotenza.
In relazione alla nostra esistenza ed essenza, sono temi che l’umanità sente veramente?
E’ l’umanità a soffrire per la sua condizione o è l’uomo singolo che non vuole sentirsi solo nella sua sofferenza?
Esistono molti pensatori che nel corso della storia hanno ipotizzato una natura sofferente dell’ uomo, una volta per via della sua condizione mortale, un’ altra per la sua natura misera, o per essere schiacciati dal nulla, o dal nulla da cui veniamo e dal nulla verso cui andremo, da quello che è stato, da quello che sarà malgrado le nostre scelte, o per via delle nostre scelte, per la dipendenza da un dio o per l’indipendenza da un dio, per via della sua stessa autocosienza, per l’ immaginazione… insomma per via delle più disparate correnti di pensiero, l’uomo è spesso inquadrato in una condizione di sofferenza verso ciò che lo circonda e/o verso ciò che ha dentro di sè.
Ma sarà veramente così? L’ uomo comune si pone questi problemi? O si limita a soffrire quando c’è da soffrire per via di qualche condizione “materiale” e soprattutto particolare e personale?
Sarà forse che chi ha teorizzato queste condizioni negative dell’ uomo, lo ha fatto perchè si trovava egli stesso in uno stato di sofferenza maggiore e magari duratura nel tempo?Di esempi ce ne sono sicuramente tanti. Spesso condizioni di sofferenze materiali ed individuali che portano a teorizzare sofferenze “universali”.
Ma l’uomo secondo voi vive in questo stato?
O questa visione nasce semplicemente a causa della sofferenza di chi la teorizza, magari con una inconscia volontà di non trovarsi solo nel suo stato di angoscia?
Probabilmente l’ uomo comune non sente queso peso, o lo sente parzialmente se si sofferma a pensarci su. Ma potrebbe essere benissimo influenzato dal pensiero di questi pensatori e convincersi di ciò.
Insomma, è tutta una grande illusione?
Dicembre 28, 2007 a 8:38 pm
Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso,
magari pochi secondi ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro
quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto
li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima
tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda,
lui risponde “niente”, e d’altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta
quando lui l’ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio.
Una immensa piazza, dunque, con intorno un’infinità di case, questa è la vita;
e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere
le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché’ restano molti
angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di
esplorare. E la verità’ si trova soltanto nelle case e non fuori.
Cosicché’ del restante genere umano non si sa mai niente.
L’uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra
poi dispiacergli eccessivamente.
(La Solitudine tratto da “In quel preciso momento”, 1950)
Dicembre 28, 2007 a 9:35 pm
Interessante visione e devo dire anche tristemente realistica.
Dicendo tristemente, però già sto inserendo un livello analitico del tutto personale.
In realtà se questa fosse la vera natura dell’uomo perchè dovrebbe essere triste? Perchè non accettarci per come siamo?
Il problema è che io non mi sento così, e dato che mi piace come sono, mi rattristo per le persone che sono nel modo descritto da Buzzati.
Riconosco comunque che la Solitudine qui descritta possa essere sicuramente uno dei motivi, anche inconsci volendo, che porta l’uomo ad una fantomatica condizione di Sofferenza.
Mi piacerebbe essere smentito.