Ritorno

dicembre 6, 2011

Non riesco a respirare,

è il prezzo dello  stare in alto,  lontano da quel fetore di basezza umana, ma queste scale incominciano a essere troppo per la mia età.

L’ unica luce è quella del terzo piano, con la sua atttività sincopata disturba le blatte che cercano cibo, come la verità disturba l’ uomo.

Ecco cosa siamo insetti un giorno ci schiacceranno al suolo, un giorno mentre siamo in cerca di cibo.

Eccomi di fronte questa vecchia porta impolverata, ancora salda, dimenticata.

Ho dovuto sbattermi un po per rimediare le chiavi di questo vecchio salotto, sembrerebbe che il proprietario non se ne curi, fa il musicista per strada lui. Non ha piu bisogno di queste pareti, ora è libero.

Entro.

L’odore acre e dolciastro mi fa pensare che non sia poi cosi vuoto, è il tipico odore della cimice rossa, il divano sarà sicuramente infestato, ora che sono qui me ne occuperò io, chissa da quanto non succhiano un po di sangue, il mio nettere è un pasto amaro. ma sono insetti forti.

Tutto come sempre, ma ancora più sporco e senza corrente, la luce entra dal terrazzino, un tappeto di birre vuote solo apparentemente tutte uguali pulviscolo cosmico nel vuoto, ecco cosa siamo, un giorno il vento ci porterà via.

Il frigorifero amico di più incontri è aperto, spalanco la porta. Un barattolo di qualcosa è stato dimenticato, è pieno di vita, vita dimenticata che esplode si espande era un qualcosa di diverso un tempo ma adesso è vita, come neve verdognola ha coperto il bianco plasticume morto di questo universo.

Ecco cosa siamo, un qualcosa che ci dimentichiamo ma un giorno esploderemo di vita, copriremo il freddo che ci circonda con nuovo calore.

Mi sdraio sul divano è ora di cena.

Sono tornato.

Une bière de trop.

settembre 15, 2008

Un leggero oblio della mente.

Niente di eccessivo, la testa vaga, le membra leggere, un piccolo oblio tra coscienza ed incoscienza.

Questo è quello che amo.

La mente sono io.

Io sono la mente.

Chi sono io e chi è la mente?

Non importa in questi casi.

La gente si muove veloce ed io la guardo.

La vedo?

Si, a volte la osservo; questa gente qua è nuova, ha tanto da darmi… ho molto da prendere da loro, finchè hanno da dare ed io da prendere la noia è lontana.

Questa gente che pensa in un altro modo, in un’ altra lingua; la guardo e spesso mi sorprendo quando realizzo al modo in cui pensano tra sè e sè. In un’ altra lingua.

E a cosa pensano? E come lo pensano?

Il fatto che il loro pensiero sia incapsulato in uno schema diverso, mi fa uno strano effetto, questa cosa mi eccita, lo ammeto, ma la sostanza?

Uno schema è uno schema.

Noi siamo imbrigliati sin dalla nascita negli schemi, questo quanto incide sulla nostra essenza?

Quanto il mio Io è personale e quanto è sociale?

Sono qui a bere birra in un bistrot vicino Pigalle a Parigi, iniziando una nuova vita, cercando qualcosa che fino ad ora non ho trovato o che non ho saputo trovare o che non mi hanno fatto trovare…fa lo stesso, per ora sono felice, sono sempre Io, dentro un’ altra realtà, cercando di capire i suoi schemi e magari di apprezzarli ma possibilmente evitando di assorbirli.

Sto semplicemente cercando degli schemi che si adattino a me, il contrario lo trovo deprimente.

il viaggio in me

giugno 27, 2008

Sento l’umidità sulla pelle,

poggio le mani sulla ringhiera è fredda, sento il rumore del mare.

Mi perdo vedendo la linea di orizzonte, la costa colorata dalle pennellate di nuvola che la contornano, focalizzo lo sguardo….

L’ idea del movimento inteso come percorrenza temporale da un punto ad un altro in quanto considerabile come linea di insieme crea infiniti fotogrammi, scorrendo formano il nostro esistere, ma questo non prevede l’emozione di una condivisione.

Metto i piedi in acqua, posso vedere oltre… incontro la pioggia che a me si avvicina il mare aperto infine i tuoi occhi.

La pupilla ago dello spirito non sbaglia rotta, la retina come un setaccio raccoglie quello che la mente non deve perdere, cosi impulso dopo impulso crea labirinti atti a recuperare le infinite rotte che attraversiamo, la ricerca dell’essenza, qualcuno per vedersi; dove riflettersi…

Due occhi cercanti si avvicinano si toccano ora sono una cosa sola.

La costruzione di questo momento nella testa e il dolore nel passare il velo mi stringe il cuore, nessuna conferma di esistenza un solo riscontro chimico, la percezione di te oltre la sostanza.

Torno attraverso i miei fotogrammi, consapevole di una ricchezza che non poteva essere costruita ma scavata dal passaggio di piu ragioni che per quanto brevemente, vanno nella stessa direzione.

Ora sollevo le palpebre, sta piovendo e questa stupida città è già troppo rumorosa per me, meglio tornare a dormire.

Stanotte mi sono ritrovato raggomitolato nel letto, un pò ubriaco e forse un pò fatto (una novità questa), a desiderare di voler tornare bambino.

Capita vero?

A me non era mai capitato. Desideravo proprio di  correre in lacrime da mia madre, di cercare attenzione da lei per farmi consolare, e di dimenticarmi un istante dopo il motivo del mio pianto, per fare qualsiasi altra cosa.

Desideravo fare cose stupide (più stupide di quelle che faccio tutt’ora), frivole, con la spontaneità propria dei piccoli, senza preoccuparmi dell’ impressione che avrei potuto suscitare in un eventuale osservatore.

La vita spesso è una gran rottura di coglioni (eh…si lo so, ma ora mi gira così), io la vedo molto come un moto costante e monotono puntellato qua e là da qualche guizzo irregolare, perciò desiderare di fuggire, di mollare tutto, di spezzare la routine e di aggrapparsi a uno di quei guizzi, penso sia abbastanza normale.

Ci sono quei momenti che anche le cose più importanti perdono di valore e sembrano sacrificabili in nome di una estrema libertà, di una leggerezza solo immaginabile, di una spontaneità a malapena descrivibile. Ho sempre immaginato però, di vivere tali momenti nel pieno della mia coscienza e ieri invece mi sono sorpreso con questo insolito desiderio.

L’inconscio che desidera l’ incoscienza. Ma che roba è?

Sarà forse una debolezza? Il mio magnificente Ego sta iniziando a mostrare i suoi primi segni di cedimento, ed orgoglioso com’è preferisce autoannientarsi piuttosto che vedersi allo specchio malconcio?

O forse è la mia coscienza (intesa come percezione, e non quella morale che è andata a farsi fottere da un pezzo, ‘sta troia…) che è stanca e ha deciso di prendersi una pausa? Ma stanca di cosa? Forse di portare sulle spalle tutti quegli schemi complicati con i quali deve sempre confrontarsi, e per colpa dei quali forse non riesce a fare il suo lavoro fino in fondo.

Quegli schemi che le impongo mio malgrado, quegli schemi che gli impone il mondo civile proprio tramite quella troia, che poi è la prima ad andarsene dopo aver marcato il territorio. Perchè la morale di ogni uomo è facilmente corruttibile, semplicemente perchè non è innata è solo applicata con forza; e per corrompere la morale basta un pensiero, non serve per forza un atto; ed ecco che lei si fa da parte, basta desiderare qualcosa di proibito, di sconveniente, di illegale, di eccessivo o di volgare per metterla da parte, quello che poi ci trattiene (a volte) sono gli scrupoli, sono le conseguenze; insomma sono gli schemi che deve portare sulle spalle la povera sorella. Cenerentola.

Ecco che forse Cenerentola questa notte ha voluto mandarmi un segnale: mi stava pregando di tornare indietro, a quando ancora la sua sorellastra non era arrivata a marcare il territorio, alla spontaneità dei primi anni di vita.

Spera forse forse che io conosca un modo per alleggerire il suo lavoro? Mica mi avrà scambiato per la fatina?

Bottiglie di vita.

febbraio 25, 2008

Mi sveglio.

Sono sul pavimento mentre respiro polvere, decido che è ora di alzarsi, un sapore rancido mi pervade l’ essere quando finalmente riesco ad idratare la bocca e a capire quello che è successo: devo aver esagerato ieri, ma del resto mi succede tutti i venerdì.

Non so cosa fate voi ma io ho sempre creduto nel detto”chiodo scaccia chiodo”, mi ricordo che in questo buco qualcuno aveva pensato bene di limitare lo spazio vitale con un frigo.

Vediamo cosa è rimasto:

pistacchi, ottimi ma perchè sono in frigo? Passiamo avanti, maionese andata a male, verdura, questa è qui per sbaglio e comunque andrà anche lei verso la decomposizione.

Finalmente birra.

TRE bottiglie, apparentemente uguali, eppure no, sono i particolari a rendere le cose uniche, irripetibili.

Una di queste ha l’ etichetta stampata al contrario e sul collo una leggera incrinatura, sentito il mio calore disperdesi tra le molecole di vetro, potrei quasi chiamarla per nome; un tipo in questo stesso salottino, mi ha detto che le cose hanno dei nomi con cui essere chiamate quando si svelano, un pò come le persone quando nascono, ed è questo che ha fatto questa bottiglia: è nata.

Un insieme di eventi in una sommatoria di azioni che nel pensiero presente si manifestano, nessuna altra traccia compie lo stesso percorso rendendoci inequivocabilmente definiti.

Forse il suo costruttore vedendola l’ avrebbe scartata, mi chiedo se sia giusto, il suo percorso me la ha portata, sono felice di poterla tenere in mano, sono felice che sia lei.

Il pensiero di poter tornare indietro mi crea un senso di malinconia, poter scegliere di non creare, selezionare una bottiglia migliore dal principio.

Prendo i pistacchi e con la Mia birra mi siedo sul divano, incomincio a mangiare.

Se non fosse stata creata non avrei mai sofferto, è questo che penso quando un amore muore, per un principio di equivalenza la nuova generata sarebbe legata a qualcunaltro che ora non sa nemmeno che sto amoreggiando con una bottiglia, forse potrei andare così all infinito.

Ora bevo, è la Mia bottiglia, la nostra scelta è un illusione, la strada che la vita compie è libera da ogni limite umanamente imposto, come questo dannato sapore che ho in gola.

All-in-su.

febbraio 21, 2008

La vita è bella.

Finchè si ha qualcosa per cui vale la pena viverla.

Per fortuna viviamo in un mondo pieno di cose che ci sembra valga la pena di vivere per.

 

In questi casi poco conta interrogarsi sull’ apparenza e sull’ illusione. Alcune di esse possono far bene. Basta saper stare al gioco.

E’ questa ingenuità?

O è la forza di andare avanti a testa alta?

Ma in fondo perchè curarsi di questo?

Basta riuscire a tirare gli angoli della bocca all-in-su.

 

La ricerca del tempo.

febbraio 19, 2008

Sono ore che cammino per le strade, è notte e sotto il cielo della mia città mi sento solo. Ricordo di essere passato in quei posti in altri momenti, in altri stati del mio essere; rifletto su di me e sul mio passato, sui volti visti per strada persi in quell ‘angolo di mente modificata, invecchiata dal tempo.

Se è vero che il processo di apprendimento intelletivamente ci aiuta ad apprendere, valutare e sopravvivere, emotivamente ci uccide.

Il rinforzo che si verifica come riverbero amplificato di quello che è solo un segnale chimico, ci fa desiderare di rivivere quello che è fisicamente irripetibile e la consapevolezza di ciò ci rende mercanti di tempo.

Barattare il presente con ricordi, ombre del passato, inseguendo qualcosa che ci rende sbiaditi…

Salgo su casa, attaverso il salottino, devo evitare delle bottiglie di vino vuote lasciate dal padrone di casa sul pavimento, non voglio accendere la luce, tra poco non servirà piu. E’ pieno di polvere e l’ aria è quella di un luogo chiuso privo di vita.

Arrivo al terrazzino, vedo l’ alba.
E’ magnifica.

Spesso sono dell’ idea che nella vita non esistano vie di mezzo e da mezzo esaltato quale sono adoro gli estremismi, soprattutto nella sfera emotiva. Non me ne voglia Epicuro.

Ma nella società tutto è diverso, in quella grande nube dove non ti è premesso perderti nei sentimenti, seguire le passioni, dove devi sempre prendere una posizione, dove devi sempre dimostare di essere qualcuno, io preferisco di gran lunga trovarmi nel mezzo, preferisco schivare le prese di posizione preconfezionate, preferisco farmi gli affari miei, e far affannare gli altri sulle cose che ritengo stupide. Preferisco essere trasversale; così mi piace descrivere quelle persone che vivono nella società, ma non vivono per essa, che ne conoscono i meccanismi ma non si fanno travolgere da essi. Quelle persone che non sono nè ai vertici nè ai margini, sono quelle persone che cercano di vivere come piace a loro, scendendo a compromessi quel tanto che basta per non farsi rompere i coglioni, ma che sanno prendere una posizione e che si sono fatti un idea di molte più cose di quante se ne possano immaginare. Insomma quelle persone che fanno e sanno quello che gli piace.

Ovviamente per me il principe dei trasversali è Charles Bukowski, ma mi è capitato di conoscere, direttamente o indirettamente altre persone che hanno guadagnato la mia stima per questi motivi.

Il punto è che spesso lottare contro qualcosa, indignarsi per qualcosa, significa comunque darle considerazione, significa alla fin dei conti stare al gioco. E spesso non si riesce a distinguere il confine tra l’essere un individuo e il fare finta di esserlo, alimentando inconsapevolmente un qualche grande, troppo grande, meccanismo.

Ad esempio, banalmente, ostinarsi a tutti i costi di non seguire nessuna moda, non significa comunque seguire una moda? Non si sta comunque soffocando il proprio gusto personale per perseguire un banale intento?

E l’ateismo? Non significa credere che non esista alcun dio?

Va bene, penso di essere stato abbastanza chiaro, se così non è stato, sappiate che è per colpa vostra che siete troppo dentro al sistema.

Ostinato.

febbraio 7, 2008

La sofferenza, sempre la sofferenza… sono tanti i moti interni che spingono l’uomo ad agire, a creare, a comporre, a lottare, a fare male ma perchè proprio la sofferenza mi sembra lo stimolo principe?

Perchè, a me, che piace così tanto stare bene? Perchè io che cerco la mia dimensione di tranquillità, devo sempre trovarmi avvolto da una oscura foschia?

Ah, rido! Ma quanti avranno formulato pensieri simili? A volte il troppo lamentarsi mi pare diventi un crogiolarsi. A cosa serve dolersi delle proprie disavventure, a che giova dispiacersi per i propri mali?

Debolezza e sconforto o un perverso piacere per il martirio? Difficle dirlo e difficile stabilire cosa sia peggio.

Chissà se si può arrivare ad eliminare la sofferenza; niente atarassia però e niente cinismo: semplicemente un pò di ragionamenti. Potrebbe essere che la sofferenza sia solo un’ illusione: siamo noi a crearla, siamo noi che affrontiamo le situazioni spaicevoli in modo debole, inetto, una specie di proiezione mentale.
Va bene non ci credo nemmeno io… la pianto.

C’è poco da fare, la sofferenza è l’indice della nostra imperfezione, è l’indice di qualcosa che ci manca, è sempre così, che si tratti della perdita di una persona cara, o delle mancate attenzioni da parte dell’ oggetto del nostro amore, o di un nostro difetto, o della nostra condizione di vita e via discorrendo. Provate a pensare ad una qualsiasi situazione che vi crea sofferenza e ditemi se in qualche modo non riuscite a ricondurla alla mancanza di qualcosa.

Ci hanno sempre insegnato che la perfezione non è nostro appannaggio, volendo prendere ciò per buono, l’unica soluzione che vedo è la noncuranza, è il distacco, è il progressivo disinteressare da quello che costituisce la nostra esistenza, intraprendere dunque la strada dell’ apatia, arrivando infine al vuoto mentale, all’ oblio dei sensi. Cinismo, nichilismo e affini non sono sufficienti, sono solo una maschera, rappresentano comunque uno stile di vita, una linea più o meno stabilita che si decide di seguire all’ interno della società, nel corso della vita, ma questi non escludono certo i sentimenti, gli stimoli, i desideri, le pulsioni fondamentali insomma, che portano l’individuo a soffrire della sua imperfezione.

Perfezione o apatia? Siamo in trappola… ahahahhah!


(per fortuna con un pò di lungimiranza si può auspicare ud una perfezione relativa, forse basta un pizzico di mediocritas mescolata ad un pò di autostima e presunzione e ad una buona dose di determinazione, chi lo sa…)

Rispolvero una vecchia discussione che aprii su di un forum, dato che sono sempre curioso di avere riscontri in merito alla questione, che peraltro può considerarsi un completamento delle discussioni dei giorni precedenti

Miseria.Sofferenza.Angoscia.

Disperazione.

Impotenza.

In relazione alla nostra esistenza ed essenza, sono temi che l’umanità sente veramente?
E’ l’umanità a soffrire per la sua condizione o è l’uomo singolo che non vuole sentirsi solo nella sua sofferenza?

Esistono molti pensatori che nel corso della storia hanno ipotizzato una natura sofferente dell’ uomo, una volta per via della sua condizione mortale, un’ altra per la sua natura misera, o per essere schiacciati dal nulla, o dal nulla da cui veniamo e dal nulla verso cui andremo, da quello che è stato, da quello che sarà malgrado le nostre scelte, o per via delle nostre scelte, per la dipendenza da un dio o per l’indipendenza da un dio, per via della sua stessa autocosienza, per l’ immaginazione… insomma per via delle più disparate correnti di pensiero, l’uomo è spesso inquadrato in una condizione di sofferenza verso ciò che lo circonda e/o verso ciò che ha dentro di sè.

Ma sarà veramente così? L’ uomo comune si pone questi problemi? O si limita a soffrire quando c’è da soffrire per via di qualche condizione “materiale” e soprattutto particolare e personale?
Sarà forse che chi ha teorizzato queste condizioni negative dell’ uomo, lo ha fatto perchè si trovava egli stesso in uno stato di sofferenza maggiore e magari duratura nel tempo?Di esempi ce ne sono sicuramente tanti. Spesso condizioni di sofferenze materiali ed individuali che portano a teorizzare sofferenze “universali”.
Ma l’uomo secondo voi vive in questo stato?
O questa visione nasce semplicemente a causa della sofferenza di chi la teorizza, magari con una inconscia volontà di non trovarsi solo nel suo stato di angoscia?

Probabilmente l’ uomo comune non sente queso peso, o lo sente parzialmente se si sofferma a pensarci su. Ma potrebbe essere benissimo influenzato dal pensiero di questi pensatori e convincersi di ciò.

Insomma, è tutta una grande illusione?

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